Non tutti gli influencer vengono per nuocere

Sono giorni che imperversa la polemica sugli influencer. O meglio, sono parecchi anni che si criticano queste nuove figure nate dal web ma prima dell’articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano.it  forse nessuno (tranne i singoli haters)  li aveva messi così alla gogna pubblicamente.

Chi sono questi benedetti influencer? Devono davvero trovarsi un lavoro perché la loro è un’attività che, a lungo termine, non porterà a nulla?

Andiamo con ordine: in sintesi e in parole povere vengono definiti influencers coloro che hanno un largo seguito su diversi social network e quindi riescono ad “influenzare” considerevoli fette di utenti/consumatori pubblicando recensioni di servizi/prodotti  su blog o altri social, semplicemente ringraziando il brand e condividendo foto,  tweet, post o video. Sono perciò trendsetter virtuali quindi blogger, twitstar, instagramers o youtubers contattati spesso da aziende piccole, medie e grandi per sponsorizzare i propri prodotti. Il tornaconto è positivo da entrambe le parti: gli influencer guadagnano il prodotto da pubblicizzare (e spesso anche soldi) e l’azienda ne trae come profitto una pubblicità economica ma che si espande ugualmente su vasta scala.

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Il punto su cui si basa tutta l’accusa è: bisogna disilludere questi giovani perché un lavoro vero non ce l’hanno, perché la vita non è fatta solo di selfie allo specchio e di markette su mascara e fondotinta.

Ora.

Siamo proprio sicuri che sia così e che questi tanto osannati/criticati influencer devono andare necessariamente a trovarsi un lavoro da McDonald’s perché prima o poi svanirà il loro potere?

Mi pare un discorso senza senso o meglio, una tesi che potrebbe reggersi in un’altra era, non nella nostra. Solo un troglodita potrebbe credere ad una cosa del genere.

Quanti dei cosiddetti operai digitali allora, dovrebbero inviare il proprio curriculum vitae da Mc Donald’s? Quanti social media specialist, social media manager, social mediachipiùnehapiùnemetta, dovrebbero rassegnarsi e suicidarsi entro domani mattina?

Suvvia.

Facciamo i seri e smettiamola di rosicare o di vivere con i paraocchi.

Il mondo è di chi è più furbo, di chi ci sa stare, di chi è al passo con i tempi, di chi riesce a vendere la miglior immagine di sé stesso al miglior offerente. Anche e soprattutto saper vendere fumo è un talento: quindi sì, gli influencer sono ragazzi più talentuosi di chi -come me- ha 200 followers su Twitter o Instagram.

Per un breve periodo ho lavorato per una start up come project manager e il creatore di questa fuffa (perché sì, era tutta una farsa) era decisamente ossessionato dai social media, dai followers, dalle condivisioni, dai like. Com’è giusto che sia, eh, per carità. Ovviamente lui mi disprezzava perché non ero al passo coi tempi e io detestavo lui perché pensavo che fosse tutta una gran perdita di tempo: non avevo voglia di sprecare nemmeno un secondo per procacciarmi like, ero troppo occupata a vivere. Non ricordo cosa facessi, ma qualcosa la facevo. Insomma non m’affannavo a trovare seguaci, non mi disperavo se le mie foto non venivano apprezzate: io avevo una vita vera.

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E qui siamo al nodo cruciale della questione: oggi condurre un’esistenza reale non serve più. Se la tua foto profilo non supera -almeno- i 100 like non esisti davvero; se non ti geolocalizzi in un posto non ci sei stato sul serio; se non hai dai 1000 followers in su allora non hai amici veri; se non instagrammi il pranzo puoi dire di averlo mangiato davvero?

La colpa di tutto questo è degli influencer?

No.

Gli influencer sono semplicemente più inseriti di noi altri e hanno il lavoro giusto per il mondo in cui viviamo.

Certo, alcuni di loro sono davvero ridicoli, non lo metto in dubbio.

Ho visto youtubers 30enni disegnarsi le lentiggini sulla faccia perché ‘fa figo avere le efelidi‘ , o pubblicizzare cinesate cancerogene, oppure vloggare un’inutile giornata tra cerette e nail art. Però guardiamo in faccia la realtà, in verità i seguaci di questi influencer, o meglio chi si fa realmente influenzare da questi personaggi, sono soprattutto adolescenti (a meno che voi, a 30 anni o più, non compriate il libro di una 18enne youtuber e allora, insomma, fatevele dù domande). E chi è senza peccato scagli la prima pietra: noi adolescenti dei primi anni 2000 non ci siamo fatti influenzare da personaggi opinabili come i Vj di Mtv o le Spice Girl? I canali di diffusione dei messaggi erano diversi, certo, ma il risultato non mi sembra sia stato tanto differente. Anche noi avevamo i capelli colorati o le zeppe alla Geri Halliwell, anche noi abbiamo pensato che, seppure senza un vero talento, saremmo potuti diventare ugualmente qualcuno.

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Quindi basta colpevolizzare troppo questi nuovi trendsetter: sono figli del loro tempo come noi lo siamo stati del nostro.

E comunque scusatemi se nel pezzo non c’è alcuna testimonianza d’influencer, ma nessuna di queste grandi stelle di internet si è degnata di rilasciare una micro intervista a me, che ho troppi pochi followers per i loro -giusti- gusti.

 

 

19 Pensieri su &Idquo;Non tutti gli influencer vengono per nuocere

  1. In realtà non credo di ricordare una sola canzone delle Spice Girls, mentre già con i Vengaboys o gli Aqua mi trovo piú a mio agio, però posso affermare che in un certo senso anche le Spices mi hanno fatto passare un po’ di tempo.
    Però è vero, sono una cariatide anacronistica che non mangia non si sposta ed esiste molto poco.

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  2. Ma certo. E poi, detto tra noi, tutto passa. Come sempre bisogna essere “di moda” (termine arcaico) nel momento giusto con la moda giusta. Tanto anche Steve Jobs tra 50 sarà sepolto nel dimenticatoio, mica si chiamava Leonardo da Vinci. 😉

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  3. Ho appena scoperto, leggendo il tuo post, di non essere nessuno!!!
    A parte gli scherzi, ogni generazione ha la sua icona, ora sono gli influencer, quando ero ragazzina io erano le ragazze di non è la rai (quanto sono vecchia) ai tuoi tempi le Spice e tanti altri.
    😉

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  4. A mio avviso è necessario fare una distinzione. Professionalmente utilizzo per la mia società e per i miei clienti dei servizi che pubblicizzino le attività sui (cosiddetti) social media, e in questa ottica usare anche (remunerandoli) i – sempre cosiddetti – influencer non mi pare qualcosa di scandaloso. Certo il fatto che generino guadagni stando davanti ad un monitor anziché andando “in miniera” può generare più di qualche invidia, e quindi detrattori; da che esiste il mondo, però, chi ha realizzato qualcosa è sempre stato invidiato da chi non ha capacità o voglia.

    Personalmente (inteso come individuo) non esisto proprio, nel senso che non sono su FB, Instagram, Twitter o altro …a parte LinkedIn (ma sempre per un uso professionale) non mi si trova da nessun’altra parte (con nome e cognome). A meno di venire in uno dei posti – fisici – dove mi sorseggio un negroni all’ora dell’aperitivo. E di non avere “seguaci” ne faccio un vanto

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