Perché Lena Dunham mi fa rosicare

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In ognuno di noi vive un hater represso, non prendiamoci in giro. Tutti invidiamo un po’ qualcuno per motivi diversi e rosichiamo, rosichiamo, rosichiamo. C’è chi lo fa apertamente e chi invece si tormenta nel suo circolo d’odio, procurandosi dolori intestinali e brufoli sul viso.

Molto spesso  ‘l’haters gonna hate’ è traducibile con ‘la volpa quando non arriva all’uva dice che è marcia’.

Orbene: anche io, non mi vergogno a dirlo, ho una nemesis (hey, non venite a fare i sapientoni con me, io intendo nemesis con il significato di ‘nemico’, ognuno usa i termini che vuole nel suo blog) e  il nome di colei per cui provo una profondissima invidia è Lena Dunham.

Quando ho confessato questo mio sentimento ad un amico mi ha risposto: <ma per chi provi invidia, scusa? Per quel roito spaventoso? Non potresti rosicare per una come, boh, non lo so, Gigi Hadid?>.

No, ‘abbelli. E’ troppo facile così: è troppo semplice invidiare chi ha un viso d’angelo, gambe chilometriche e addominali scolpiti; la mia invidia è indirizzata verso qualcuno che è praticamente l’esatto opposto. Ma no, non invidio Lena perché ha il coraggio di farsi inquadrare nuda nonostante sia palesemente sovrappeso, non rosico perché si vede che è a suo agio con il proprio corpo. Anzi. La volete la verità? A me il suo corpo nudo nella serie Girls, sbandierato così in una scena su 4, infastidisce non poco.

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Ma andiamo con ordine, per quei poveri 4 gatti che non sanno ancora nulla della Dunham (forse adesso invidio anche voi, perché ignorate la sua esistenza).

Lena è una ragazza del non molto lontano 1986 (ha la mia stessa età: coincidenza? Non credo) autrice, scrittrice, produttrice, attrice e chi più ne ha più ne metta, della celebre serie tv Girls. Bella, bellissima serie eh, per carità. L’evoluzione di Sex and the City in salsa ‘normal people’ perché nella serie della Dunham le protagoniste sono squattrinate, confuse, isteriche, insicure e alcune (tipo Hannah/Lena, appunto) anche un po’ bruttine. Ora: io non discuto che Girls possa essere un prodotto televisivo di altissimo livello, anzi. Ci sono alcune puntate che mi fanno quasi gridare al capolavoro, come l’ultima ad esempio, The Panic in Central Park. E’ il dover gridare al G-E-N-I-O a tutti i costi, è quello che m’infastidisce. Girls non ha nulla di geniale, anzi, è semplicemente una “normalizzazione” di una qualsiasi sit com femminile: è solo meno glamour, con meno glitter, meno extension tra i capelli e più realtà sia nella narrazione che nelle immagini.

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Quindi no, non ha nulla d’innovativo, visto che ad oggi, ogni protagonista di una serie tv è quasi sempre un antieroe.

Volete un feminist tv show?

Uno in cui le ragazze siano ‘very real’?!?

Guardate Broad City che è davvero splendido, soprattutto perché riesce a creare un perfetto equilibrio tra genialità completa e demenzialità pura (hey, Lena, tu che sei a favore di Hillary Clinton, come l’hai preso il suo cameo in Broad City? Hai rosicato anche tu, vè?).

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Ma torniamo alla tanto amata/odiata Dunham.

Lena, prima di produrre Girls, in realtà aveva già fatto altra roba, tipo un film (anche questo, neanche a dirlo, ispirato alla sua egocentrissima persona) Tiny Furniture o web series di discreto successo. E’ una delle mosche bianche della nostra generazione, ricca e influente a trent’anni.

Ha anche scritto un libro ‘Non sono quel tipo di ragazza’, che ho, naturalmente, detestato. Il motivo? Semplicissimo.

Nel libro Lena viene finalmente allo scoperto. Non ha più Hannah da interpretare e dietro cui nascondersi, ma si dimostra per quello che è davvero: una viziatissima figlia di papà e mamma dell’alta borghesia di NY, di larghe vedute, pronti ad appoggiare ogni sua velleità artistica. A differenza della protagonista di Girls, a Lena non sono mai stati tagliati i viveri, non ha mai dovuto affrontare problemi economici che, come ben sappiamo, oggi sono tra gli ostacoli maggiori che un trentenne incontra nel proprio cammino professionale. Allora cosa fa, una come Lena? Una ragazza di quel rango sociale che vuol diventare scrittrice? Semplice. La vita se la complica apposta.

Ho sempre avuto una teoria, impopolare e probabilmente offensiva (ma che mi è stata confermata dal libro della Dunham): i ricchi viziati con ambizioni artistiche devono necessariamente anche soffrire di qualche disturbo mentale. Così, giusto per non annoiarsi troppo, per sentirsi maledettamente bohémiens  e per controbattere con un: <ok, tu non avrai i soldi per pagare l’affitto, ma vuoi mettere con il mio disturbo ossessivo compulsivo?>. Se non avete letto il suo libro vi consiglio di continuare su questa strada. E’ scritto male (nemmeno una brava traduttrice come Tiziana Lo Porto è riuscita a rendere meno caotico quello stile narrativo che mi aveva fatto venire mal di mare nella versione in inglese) ed è un noioso resoconto di una vita forse altrettanto noiosa (cattivo rapporto con il cibo, cattivo rapporto con gli uomini, cattivo rapporto con il corpo: daje, che originalità).

 

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Però dopo tutti i miei attacchi, devo riconoscere la superiorità di Lena che, da vera femminista, si abbassa ai livelli di noi comuni e mortali donne (e non) trentenni (e non): “Ho deciso che non sarei mai stata invidiosa. Non sarei mai stata vendicativa. Non avrei considerato i vecchi come una minaccia, e nemmeno i giovani. Sarei stata aperta come una margherita, giorno dopo giorno. Avrei fatto il mio lavoro”.

Sei stata brava davvero Dunham a fare il tuo lavoro, è vero: sei zelante, volenterosa e a poco più di vent’anni ti sei costruita un impero scrivendo, interpretando e producendo una serie tv di successo. Sei stata un po’ meno brava  quando hai accusato El Pais di averti photoshoppato una foto (visto che poi è riusultata la tua ennesima paranoia); sei ancora meno brava quando decidi di condividere con noi le foto avanguardiste del tuo viso appena sveglio e senza filtri su Instagram. No, per me non è questo il femminismo.

Ciao, Lena, ciao.

Reese Witherspoon, Lena Dunham &amp; Jennifer Konner Leaving A Meeting In Beverly Hills

 

 

 

 

8 Pensieri su &Idquo;Perché Lena Dunham mi fa rosicare

  1. A volte i mondi delle persone sono lontani, nel senso che manco sapevo esistesse sta tipa. Leggere i blog ti fa aprire delle finestre che aiutano a non fossilizzarsi, che è il pericolo maggiore dovuto al passare del tempo e alla contingenza della vita di ognuno (dalla quale non possiamo prescindere per sopravvivere). Perdona sto segone mentale, forse incomprensibile…

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  2. “hey, non venite a fare i sapientoni con me, io intendo nemesis con il significato di ‘nemico’, ognuno usa i termini che vuole nel suo blog”
    Se scrivo e voglio essere compresa dagli altri, uso un linguaggio comune che anche gli altri conoscono. I neologismi li creo quando parlo con chi mi conosce oppure, se mi rivolgo a terzi, devo esplicitare questa mia modalità. Sempre se l’intento è che il mio messaggio venga recepito, si intende.

    “i ricchi viziati con ambizioni artistiche devono necessariamente anche soffrire di qualche disturbo mentale.”

    “visto che poi è riusultata la tua ennesima paranoia”

    “ok, tu non avrai i soldi per pagare l’affitto, ma vuoi mettere con il mio disturbo ossessivo compulsivo?”

    Prima di parlare, converrebbe documentarsi e sapere davvero che cos’è il disturbo ossessivo compulsivo, mi riferisco a quello che compromette la vita. Solo chi lo vive sa cosa prova. E questa malattia, perché di malattia si tratta, non è “essere un poco fissati con l’ordine o il controllo”, come ritiene qualche ignorante. C’è gente che non ha una vita e che vede i propri talenti compromessi per questo disturbo!!

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    • ironia
      /i·ro·nì·a/
      sostantivo femminile
      1.
      Alterazione spesso paradossale, allo scopo di sottolineare la realtà di un fatto mediante l’apparente dissimulazione della sua vera natura o entità: fare dell’i; i. bonaria, arguta; i. amara, crudele.

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  3. Hai cercato anche il significato di onestà intellettuale?! Il tuo pensiero sull’attrice è chiaro e legittimo, non so perché mascherarlo dietro l’ironia, o ti riferivi solo a “nemesis”? Ti farei provare, solo per un breve periodo, il disturbo ossessivo compulsivo, forse avresti un quadro più chiaro.
    Ti ringrazio, comunque, di avermi pubblicata.

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  4. No, purtroppo non ho cercato il significato di onestà intellettuale. Ma ci sto lavorando: lo copierò ed incollerò appena lo avrò trovato.
    Grazie per l’augurio “ti farei provare il disturbo ossessivo compulsivo”, pensa prima di scrivere una cosa del genere, te lo do come consiglio di vita: non sai mai con chi stai parlando e non conosci niente della vita delle persone a cui scrivi su internet.
    Ciao amica cara, io invece ti auguro un 2020 pieno di “cose da fare”, anziché commentare blog a caso con articoli del 2016.

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